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Conserva di pomodoro

 

Una domenica di settembre, il pomodoro a pezzettoni che mi guarda ed ammicca, in attesa di esser messo, con ordine, nel vasetto appena sterilizzato nel microonde. Ma io sono qui a respirare a fatica mentre la gioia che provavo un anno fa mi si disintegra nel petto come un colpo di maglio.

Occhi spalancati, vitrei e fissi che ignorano quei pezzettoni di pomodoro per rincorrere ricordi che fanno male. I singhiozzi restano chiusi dentro il petto e non riescono a trovare la strada per farsi udire.

Occhi fissi e asciutti e nelle orecchie l’eco delle parole che solo ieri lui ha detto ….”L’anno prossimo ….” ma sempre più “sento” che non ci sarà un anno prossimo.

Non in mezzo a tutte le sue bugie. Non in mezzo a tanta dolorosa falsità che neppure si cura di celare come si deve ma che lascia lì, esposta alla mia vista.

Come ho potuto credere (e solo io so quanto ci ho creduto) alla lealtà di una persona che, da una vita, vive SOLO di falsità?

 

 

Qui

Qui, dopo più di un anno.

Qui, da sola.

Qui con fra le dita, solo polvere sottile.

Qui con gli occhi sbarrati e senza più sogni da poter sognare ancora.

Qui a scontrarmi con inutili bugìe, con la sua seconda e terza vita che mi hanno aggredita, all’improvviso, in una calda serata estiva.

Qui a rammaricarmi dell’averci creduto ancora.

Qui con quella schermata rivelatrice che mi è balzata davanti agli occhi e che ha schiantato tutte le mie certezze.

Ma sono … ancora qui.

Castelguelfo

lampo bianco

Un anno fa il lampo bianco.

Occhi spalancati mentre l’urlo sgorgava dalla mia bocca mentre saltavo dall’altra parte,  liberando le ali e tornando a volare.

Girando la testa di lato  nel mio campo visivo,  solo quella cinghia multicolore, strettamente intrecciata, che compiva la sua danza leggera. Si muoveva agile come una ballerina, librava nell’aria prima di abbattersi sulla mia carne, lasciandoci un merletto intrecciato e poi un altro e poi … un altro ancora.

Le essenze unite, avvinte in quel volo a due.

Mi serve ricordare per … poter dimenticare.

L’istinto

Ieri ho seguito l’istinto.

Ho mandato una e mail di auguri per un anniversario ed ho svelato un mio celarmi sotto mentite spoglie.

Due cose che mi pesavano sul cuore: il ricordare quello che sembrava un nuovo inizio, un anno fa. Tre mesi di gioia pura, liquida, che resteranno indelebili nella mia essenza. Che non permetterò a nulla e a nessuno di incrinare. Tre mesi nei quali ho vissuto, ho volato, ho amato, sono stata completa.

La seconda cosa mi pesava ancora di più. La doppiezza, il celarsi, l’inganno non sono nelle mie corde. Non lo saranno mai. Quindi, come ho sempre cercato di fare, ho detto. Ho ammesso e mi sono scusata.

Una risposta lapidaria che mi ha scossa e mi ha fatto bene. Anche le risposte caustiche e cattive possono far bene. Aiutano a soppesare e a comprendere che non si è perso molto se non … i propri sogni.

Si, involontariamente (o forse no) quella risposta era quello che ci voleva per rinsaldare il mio andare avanti, il mio allontanarmi da qualcosa che porterò sempre nel cuore (solo chi ha vissuto può comprendermi), che sarà sempre parte di me, ma che deve diventare solo un ricordo.

Senza appelli.

Se fossi qui con me questa sera
Sarei felice e tu lo sai.
Starebbe meglio anche la luna,
ora più piccola che mai.
Farei anche a meno della nostalgia
Che da lontano
Torna a portarmi via
Del nostro amore solo una scia
Che il tempo poi cancellerà
E nulla sopravviverà.

Non ti scordar mai di me,
di ogni mia abitudine,
in fondo siamo stati insieme
e non è  un piccolo particolare.
Non ti scordar mai di me,
della più incantevole fiaba
che abbia mai scritto,
un lieto fine era previsto e assai gradito.

Forse è anche stata un po’ colpa mia
Credere fosse per l’eternità.
A volte tutto un po’ si consuma,
senza preavviso se ne va.

Non ti scordar mai di me,
di ogni mia abitudine,
in fondo siamo stati insieme
e non è un piccolo particolare.
Non ti scordar mai di me,
della più incantevole fiaba
che abbia mai scritto,
un lieto fine era previsto e assai gradito.

Non ti scordar…
Non ti scordar…

Non ti scordar mai di me,
di ogni mia abitudine,
in fondo siamo stati insieme
e non è  un piccolo particolare.
Non ti scordar mai di me,
della più incantevole fiaba
che abbia mai scritto,
un lieto fine era previsto e assai gradito.

Colori e non colori

Un baratro può essere di un color bianco lattiginoso?

Continuo a girarmi questa domanda nella testa.

Il mio personale baratro è proprio di quel colore.

E’ qualcosa di denso,vischioso, che mi si aggrappa alla pelle,

che mi entra dentro l’essenza.

Galleggio in questo non colore chiaro

ma forse è un buon segno che non sia

nero come pece.

Respirando

Prendo fiato, respiro a fondo e deglutisco piano.

Cerco di assaporare l’aria, densa di profumi, i più disparati. Piove e fa sole, s’annuvola e torna a piovere. Pare che il tempo tenti di rispecchiare il mio umore. Mutevole: Altalenante.

E’ faticoso, si, faticoso. Ci vuole coraggio e costanza. Si cade e bisogna sapersi rialzare da sola: restare col sedere a terra è l’unica alternativa, quindi bisogna rialzarsi.

In alcuni momenti vorrei che una fatina buona mi togliesse la memoria, mi cancellasse i ricordi. Che la mia mente smettesse di svegliarsi, nel cuore nella notte o nel bel mezzo di quattro chiacchiere con chiunque per … ripresentarmi scenari vissuti. Un suono, una parola anche un niente di specifico a volte, riapre il cassetto della memoria e ne esce sempre un attimo. Un momento felice, il ricordo di una risata che risuona nell’aria, un tocco delle sue dita, un modo di dire particolare.

E’ così difficile combattere con tutto questo. E’ difficile concentrarsi sul NON pensare, sul NON ricordare. A momenti pare impossibile, superiore alle mie forze il pensare che non sarà più così. Mi pare che la terra si apra in una immensa voragine, nella quale mi ficcherei a capofitto, volentieri.

A tratti mi chiedo quanto sia giusto e a cosa serva restare arroccata alle mie convinzioni, al mio volere tutto o nulla, anche se il mio tutto prevede delle relatività. E’ il tutto per me non il tutto in assoluto.

A tratti mi chiedo se questo esser dura non faccia del male solo a me stessa. Probabilmente è così, anzi quasi sicuramente. Allora mi ribello e mi ficco un sorriso in faccia e allargo gli occhi Quegli occhi che i ricordi fanno restringere seppur di poco, quasi a volerli afferrare quei ricordi, a non volerli lasciar scivolar via.

La notte abbraccio un cuscino con una federa blu che non conserva più il suo odore. Si è già stemperato, così come si stempera un rapporto stanco, che non siamo capaci di far vivere. Che non sono stata capace di far vivere.

Centosessantotto

 

 

 

 centosessantotto ore

 

 

 

 

 

A distanza

Tengo a distanza, guardinga, attenta, il pensiero di “lui”. Spesso distolgo lo sguardo da oggetti del quotidiano, che gli appartenevano quando entrava fra queste mura.

Continuo nella mia lotta. Si lotta, perchè tale è. Fra alti e bassi, fra momenti nei quali considero che quelle quattro o cinque ore la settimana non possono fare la differenza, che posso benissimo sopravvivere anche senza e altri momenti nei quali mi sento morire al pensiero di non risentire più la sua voce, di non toccare più la pelle delicata, che sa di bimbo e di uomo, di non avere più i suoi pensieri, il nostro confrontarci, il nostro confidarci. Quando il pensiero si sofferma sui questo le lacrime pungono gli occhi e respiro a bocca aperta a cercare l’aria, prima di tentare di pensare ad altro, di impormi di farlo.

Quanti “mai più” si affacciano insistenti. Quant’è lungo l’elenco delle cose che avremmo ancora dovuto fare insieme.

Allora mi maledico per aver scelto, per essere stata io a pronunciare quelle quattro parole, per aver dato quel taglio netto. Per avergli tolto le castagne dal fuoco. Per avergli dato un alibi. Ma forse sceglie chi non sa vivere nella doppiezza, o, forse, solo chi è meno vile, o ama di più.

Una sola cosa mi concedo, anzi due: lasciare sul muretto divisorio della sala quel pacchetto di Pall Mall rosse che ha dimenticato, con dentro una sigaretta e un accendino arancione che gli avevo regalato io e … bere il caffè nella SUA tazza.

Lotta

Mi torturo fra mente e cuore. Sono discordanti: una dice una cosa, l’altro tenta di smentirla.

Con la ragione so di dover tener duro, so che non posso e non devo accontentarmi delle briciole, di scampoli di tempo. Che non devo permettermi di essere solo un tassello del mosaico che forma la “sua” settimana. So e ben ricordo com’era, com’è stato per lungo tempo e come non è più.

Ma il cuore urla che non sono capace di sopportare questo vuoto di condivisione, questo silenzio dei pensieri, delle parole, questa annientante solitudine. Urla che non sono in grado di sopportarlo PER SEMPRE.

E resto ferma, a combattere con me stessa. Non per il timore di dover ammettere, di dover dire, spiegare, tornare sui miei passi ma solo per la PAURA di fare l’ennesimo sbaglio. Così mi lascio permeare dal NULLA, allungo le dita verso il cellulare e poi le ritraggo, inizio a scrivere una mail che poi cancello.

Ma uno dei due dovrà prendere il sopravvento … la mente o il cuore. La ragione o l’istinto.

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